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Avvenire – Interni

  • Wed, 19 Oct 2016 18:23:37 +0000: Telecamere negli asili, ecco le regole - Avvenire RSS Feed - Cronaca

    La Camera dice sì alla legge che prevede l'installazione di telecamere di sorveglianza negli asili e nelle case di riposo. Anche sull'onda dell'ennesimo caso di violenze e abusi scoperto proprio ieri dalle forze dell'ordine ad Acerno, nel Salernitano, dove gli anziani di una struttura assistenziale venivano sottoposti a ogni genere di sevizia dai 17 infermieri e operatori, ora tutti indagati insieme al direttore del centro.

    Via libera alla riprese dunque, ma con regole stringenti, che vorrebbero placare la preoccupazione e le dure critiche espresse da molte associazioni, oltre che dai sindacati di categoria. Su tutti la Cisl scuola («Non si può trasformare in una comunità di sorvegliati speciali quella degli insegnanti e dei bambini») o dalla Fism, la Federazione italiana scuole materne («La telecamera disincentiva, quando non sostituisce, il dialogo, l’ascolto, la relazione indispensabili tra scuola e famiglia»).

    Immagini criptate, e serve una denuncia
    Le immagini catturate dalle telecamere che saranno installate negli asili e nelle case di cure per anziani e per disabili saranno cifrate: potranno essere visionate solo dal pubblico ministero, o dalla polizia su disposizione di quest’ultimo, in seguito a una denuncia o a una segnalazione. È vietato l’uso di webcam. L’installazione degli impianti a circuito chiuso deve essere preceduta da un accordo collettivo con i lavoratori e va segnalata da cartelli.

    >>> Violenze in asili e case di riposo, come una malattia da curare

    Un fondo per tutti: 15 milioni di euro
    A disposizione delle strutture coinvolte dal provvedimento è stato stanziato un fondo di 15 milioni di euro, spalmati su 3 anni, che dovrà essere distribuito dal ministero dell’Istruzione e che servirà prioritariamente a coprire i costi della formazione del personale, poi l’eventuale installazione di telecamere.
     

    Test per gli educatori
    Il testo approvato alla Camera contiene anche la delega al Governo all’adozione, entro un anno dall’approvazione definitiva della legge, di un decreto legislativo sulla formazione e valutazione attitudinale nell’accesso alle professioni educative e di cura in asili e strutture per anziani. Il ministro dell’Istruzione dovrà invece definire le modalità per assicurare il necessario coinvolgimento della famiglie interessate.

     

          

  • Wed, 19 Oct 2016 16:58:57 +0000: Un'università telematica per i rifugiati - Avvenire RSS Feed - Cronaca
    ​Conoscenza come strumento di pace. E telematica come mezzo di democratizzazione della cultura. Nasce dal connubio di questi due principi l’Università dei rifugiati. Istruzione senza confini, il primo sportello telematico al mondo per immigrati e rifugiati. Con questa piattaforma gli stranieri potranno ottenere il riconoscimento dei titoli di studio, completare gli studi universitari, imparare italiano e arabo come pure mettersi in contatto con i servizi sanitari gratuiti per gli immigrati da qualsiasi dispositivo si connettano.


    A pensare al nuovo portale – già disponibile in inglese, francese, italiano e arabo ­- l’università telematica internazionale Uninettuno, che ha messo a disposizione anche 50 borse di studio riservate a iscritti con status di protezione internazionale. “Siamo convinti – ha spiegato il rettore Maria Amata Garito, nel corso della conferenza internazionale dell’Associazione europea delle università a distanza (Eadtu) ­– che la conoscenza sia uno strumento di pace formidabile” e l’università ha perciò “il compito di educare alla cittadinanza globale”, rendendo accessibile l’educazione ad ogni periferia e ogni fragilità. Ad aprire l’evento Eadtu ieri a Roma anche il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, che ha ricordato come “sia necessario dare ai giovani nuovi valori attraverso la formazione utilizzando nuovi strumenti di trasmissione dei contenuti”, perché solo la cultura “costruisce ponti e evita l’innalzamento di muri”.
  • Wed, 19 Oct 2016 14:56:20 +0000: Omicidio Alpi, assolto l'unico accusato - Avvenire RSS Feed - Cronaca

    Il somalo Hashi Omar Hassan non ha ucciso Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin. Al termine del processo di revisione, la Corte d’appello di Perugia lo ha assolto dall’accusa di omicidio che lo ha costretto a passare 16 anni in carcere, nonostante avesse continuato a proclamarsi innocente. I giudici, finalmente, gli hanno creduto.


    Il caso era stato riaperto un anno fa da Chi l’ha visto: il “supertestimone” Gelle, rintracciato a Londra, aveva ammesso di essersi inventato tutto e di essere stato pagato “dagli italiani” per indicare un capro espiatorio. Durante la lettura della sentenza, Hassan era in aula insieme alla madre di Ilaria Alpi, Luciana, che ha sempre sostenuto la sua estraneità al duplice delitto. La donna si è detta "contenta" per Hashi Omar Hassan "che dopo quasi 16 anni di carcere è riuscito ad avere la libertà" ma "è molto amareggiata e depressa" per la figlia. "Perché è come se lei e Miran Hrovatin fossero morti per il caldo che faceva aMogadiscio" ha detto al termine dell'assoluzione dell’udienza.
     

    >>> Armi, rifiuti e servizi nelle carte desecretate

    La verità su ciò che avvenne a Mogadiscio il 20 marzo 1994 resta dunque tutta da scrivere. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin furono uccisi a sangue freddo da uomini armati, mentre stavano conducendo una delicata inchiesta sul traffico d’armi e di rifiuti tossici tra Italia e Somalia. Le indagini della magistratura e della Commissione parlamentare d’inchiesta hanno trovato elementi concreti che portano a pensare che il movente sia da ricercare proprio in quegli oscuri ambienti: la giornalista del Tg3 e il suo operatore potrebbero essere stati fermati prima di poter rivelare quanto avevano scoperto. Gli autori del delitto, però, non sono mai stati trovati. E tantomeno i mandanti.
     

    Ora il caso è completamente riaperto: qualche indicazione potrebbe arrivare dall’enorme mole di documenti desecretati per volere della presidente della Camera Laura Boldrini. In quelle carte ci sono testimonianze inquietanti su quanto avveniva negli anni ’80 e ’90: dietro le quinte della Prima Repubblica si muovevano faccendieri, elementi dei servizi segreti, malavitosi e criminali assortiti che tiravano le fila di giganteschi traffici illeciti, compresi quelli riguardanti scorie radioattive. Ilaria Alpi, con le sue inchieste, aveva alzato il tappeto. E sotto aveva trovato parecchio sporco.

  • Wed, 19 Oct 2016 13:45:15 +0000: Migranti, quasi mille morti nel barcone - Avvenire RSS Feed - Cronaca

    Ottocento, ma forse anche mille. Sembra non terminare mai il conteggio. Ci sono i cadaveri recuperati, 217, ci sono le body bags, 458, che contengono più resti umani e c’è il racconto dei sopravvissuti che parla di dieci viaggi di gommone con cento persone per volta, fino al barcone. Inutile chiamarla la più grande tragedia del Mediterraneo. Il barcone di circa venti metri è affondato il 18 aprile del 2015, a 135 chilometri dalle coste libiche. È stato recuperato a oltre 365 metri di profondità per dare un nome a quei migranti morti, «per dare una risposta ai vivi» ha detto la professoressa Cristina Cattaneo dell’Universita di Milano a capo dell’equipe di medici legali che si occupa dell’identificazione delle vittime. La Presidenza del Consiglio ha speso quasi dieci milioni di euro per l’operazione, che però non è ancora terminata. Anzi, probabilmente manca ancora tanto alla conclusione. «Tra un anno finiremo ogni analisi. Abbiamo raccolto i dati – spiega la Cattaneo – e collezionato i reperti, effettuato le autopsie su corpi interi, esaminato i corpi scheletrici, e adesso comincia la parte di laboratorio e raccolti dati ante mortem, cioè i contatti con i familiari nei Paesi d’origine e in Europa per la raccolta del tampone genetico, fotografie, dai profili Facebook per vedere i connotati come tatuaggi e cicatrici, al profilo dentario.

    Per molti l’identificazione con il dna non può essere effettuata e quindi bisogna trovare altre strategie». C’è un numero infinito di scatoloni: «Tutti gli effetti personali verranno registrati, sono tantissimi documenti, con numeri e nomi. Una persona su due ha in tasca un bigliettino con numeri di telefono». Purtroppo però mancano i fondi e una struttura centrale a livello europeo che possa coordinare. «Dobbiamo estrarre il profilo del dna, un’operazione costosa. Si è costituito un gruppo di genetisti universitari così come è stato fatto dai medici legali universitari: sarebbero disposti a fare la profilazione genetica, per arrivare al profilo completo post mortem. Lo stesso con i familiari: i cui dati si metteranno in una banca dati in modo tale da fare il confronto. Ma va creata una infrastruttura: non possiamo pretendere che i parenti arrivino in Italia a portare i dati.

    Si devono creare degli hotspot in ogni Paese: a Berlino, a Parigi dove ci sono persone qua-lificate alla raccolta. Bisogna creare un network che permetta la trasmissione dati ai Paesi che hanno i dati sui morti come Italia o Grecia. Questa operazione ha bisogno di fondi: non vorrei che tutto si are- nasse. Questi fondi potrebbero arrivare dall’Europa». Lo ribadisce anche il commissario straordinario del Governo per le persone scomparse, Vittorio Piscitelli, a Siracusa con l’ammiraglio Nicola De Felice, e accolto dal prefetto Armando Gradone: «È un’operazione unica al mondo. Ci hanno riconosciuto una best pratice a livello internazionale e vorrebbero fosse una pratica diffusa in tutti gli Stati a livello europeo. Ci vorrebbe un organismo di coordinamento e che ogni Stato si dotasse di un data base per lo scambio di informazioni.  

    Abbiamo stipulato un protocollo con la Croce Rossa internazionale e la commissione internazionale delle persone scomparse. Tramite le sedi diplomatiche faremo sì che queste modalità siano conosciute in tutti i Paesi di origine». Non parla di fondi il sottosegretario di Stato Domenico Manzione: «È evidente che sul mare la rotta mediterranea si presenta come la più pericolosa tra le rotte migratorie perché mediamente ci sono tra 3.000 e 3.500 morti» spiega Manzione. «L’aspetto più significativo del senso di appartenenza alla patria di questi migranti lo abbiamo toccato con mano quando accanto ad una delle salme abbiamo ritrovato un sacchetto di terra appartenente al paese da cui erano fuggiti». 

     In merito alla destinazione del barcone, che ancora si trova al pontile di Marina di Melilli, il sottosegretario ribadisce: «La destinazione del barcone potrebbe essere Bruxelles perché il presidente del consiglio ci terrebbe molto per ricordare quello che succede nel Mediterraneo, perché l’Europa possa contribuire fattivamente a quegli obiettivi di umanità e di accoglienza che la Sicilia e tutta Italia stanno dimostrando ». Infine gli impegni: «Il ministro dell’interno ha rilevato che l’Europa ci ha chiesto di fare alcune cose come aumentare il numero degli hotspot e far crescere il nostro sistema di accoglienza e lo abbiamo fatto: ora ci aspettiamo che si dia seguito agli impegni assunti in sede europea, ovvero la ridistribuzione all’interno degli Stati europei degli immigrati che arrivano».

  • Wed, 19 Oct 2016 09:35:15 +0000: Paola, una suora nel ghetto di Cerignola - Avvenire RSS Feed - Cronaca

    «Questa è terra di nessuno. Le istituzioni non si fanno mai vedere. Ma qui è terribile, è terribile...». Lei, invece, c’è tutti i giorni. È suor Paola, 'mamma Africa' per gli 800 lavoratori migranti, in gran parte nigeriani e ghanesi, che vivono, sopravvivono, nel ghetto 'Tre titoli' di Cerignola. Cinquanta casolari diroccati della riforma agraria, senza acqua, luce e bagni. Ma i proprietari, o i caporali, si fanno pagare fino a 20 euro al giorno. Non c’è posto per tutti. Così a fianco di alcuni casolari ci sono decine di tendine, mezze rotte, coperte di teli di plastica. E si paga anche per queste.

    «Non riesco mai ad abituarmi – dice ancora suor Paola Palmieri, responsabile della Casa della Carità della diocesi di Cerignola –. Guarda come vivono... Eppure sono sempre sorridenti ». Ma la più sorridente è proprio lei, che ha come motto una frase di don Milani: «Fa strada ai poveri senza farti strada». E qui povertà e sfruttamento sono ovunque. Non c’è altro, solo gli africani e la campagna. Ora molto vuota, solo qualche coltura a finocchi. Così tocca andare più lontano, per gli ultimi giorni della raccolta dell’uva e per l’inizio di quella delle olive. Servono le auto. Ma ci pensano i caporali. Si viaggia su strade piene di buche e fango. Per questo i volontari del Progetto presidio della Caritas diocesana (diretta da Giovanni Laino) devono utilizzare un piccolo fuoristrada.
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    Con noi c’è Stefano Campese, degli Avvocati di strada, gruppo nato nella parrocchia di San Domenico su sollecitazione di suor Paola per difendere i diritti dei migranti, Giuseppe Russo, del Consiglio diocesano Caritas e coordinatore del progetto 8xmille 'Anche voi siete stati stranieri', e Giuseppe Leone, mediatore interculturale. Con altri volontari stanno portando avanti il censimento dei migranti e delle loro condizioni. Numerando i vari casolari (siamo a 13 su 50). E ogni giorno affiancando suor Paola, della congregazione delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli. Ci fermiamo al casolare numero 1. «Pochi giorni fa erano in 10, ora sono 30», spiegano. Si dorme a terra. Servono materassi e coperte.

    Ma fuori c’è già una decina di tendine. Suor Paola si informa, soprattutto sulla salute di due ragazzi. Per tutti ha un sorriso e una carezza. Li chiama per nome (ma come fa a ricordarli tutti?). Per loro è davvero 'mamma'. Nel terzo casolare sono in 10, e c’è anche un malato di tumore. «Lo ha scoperto qui, lo stiamo aiutando. Ora sta facendo la chemio», ci spiegano i volontari. «Ibra copriti, non prendere freddo», ripete con dolcezza suor Paola. «Sì mamma, sto attento». Nel successivo vive una famiglia nigeriana qui da 14 anni. Sono cattolici, come gran parte dei migranti del ghetto.

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    C’è anche un bimbo di 10 anni, che ogni giorno va a scuola nella frazione più vicina «e fa anche il chierichetto», sottolinea con gioia la suora. In un altro casolare stanno cucinando pecora al sugo. Un ragazzo si avvicina, sta perdendo la vista. Suor Paola lo tranquillizza. «Non ti preoccupare ti prenoto una visita oculistica ». Lo accompagna un altro ragazzo, che insiste sul suo stato di salute. «Vedi come si aiutano tra di loro», ci dice la suora. Eppure quest’ultimo giovane vive in una baracca pagando 20 euro per notte. Ma a preoccupare i migranti sono alcune recenti articoli su di loro. Non sono piaciuti. «Non dovete farvi strumentalizzare – li consiglia suor Paola, questa volta molto seria –, siete persone. Se avete problemi chiamateci, dovete avere fiducia in noi». E qui hanno davvero tanta fiducia in questa piccola donna. Che a tutti ripete: «Mi raccomando mercoledì alle 4».

    Ogni mercoledì lei organizza la preghiera comunitaria nel casolare-bar, dove c’è anche spaccio e prostituzione. Ma dove le hanno anche fatto mettere una grande croce. «Mi accolgono con gioia. Che bello, coi loro canti e balli». E ci racconta che il vescovo, monsignor Luigi Renna, «ha voluto festeggiare i suoi 50 anni proprio qui al bar». E ora ha anche acquistato un terreno a fianco dove mettere una struttura per pregare e incontrarsi.

    E la preghiera arriva anche nei luoghi più difficili. In un casolare verdino che i volontari chiamano 'Casa Betania', citazione evangelica. Lì, infatti, si prostituiscono le nigeriane, anche minorenni, 16 euro a prestazione. «Una volta sono andata a proporre di fare una preghiera con loro. Non hanno rifiutato. Ma c’era un via vai di clienti, anche italiani. Esperienza allucinante...». Ma suor Paola ci torna. Anche se non lontano c’è un casolare molto “rischioso”, quello dei tunisini. Ci sono protettori, spacciatori e caporali.

    «Non abbiamo mai visto le forze dell’ordine», denunciano i volontari. Ma suor Paola non sta certo zitta. Così dopo una trasmissione tv nella quale aveva denunciato i caporali, l’hanno avvicinata con aria minacciosa: «Ma che sei andata a dire?». «Per questo – ci spiega Stefano Campese – è importante che sia stata finalmente approvata la legge sul caporalato. Ci darà più forza e toglierà l’alibi a tanti». Perché qui davvero si sopravvive. Al casolare 13, appena fermi c’è un assalto all’auto, aprono il baule, cercano qualcosa da mangiare. «Non abbiamo niente, ma domani torniamo», quasi si scusa suor Paola. Poi sotto voce ci dice: «Hanno davvero fame».

  • Wed, 19 Oct 2016 07:50:39 +0000: L'infermiera: qui si fanno turni massacranti - Avvenire RSS Feed - Cronaca
    Raccoglie la cascata di ricci rossi, indossa il camice e irrompe sorridendo nella prima delle quattro camere che toccheranno a lei: «Come va oggi? ». Valentina Ariu, 33 anni, infermiera da dieci, cominciò a lavorare proprio qui, nel reparto chirurgia generale e oncologica addominale dell’ospedale Mauriziano a Torino. «Erano altri tempi», commenta, «tre mesi dopo la laurea ero già assunta, tramite concorso. Oggi i concorsi non li fanno manco più perché non si assume, eppure ce ne sarebbe tanto bisogno».
     
    In quello che Valentina definisce «il lavoro più bello del mondo» i ritmi sono al limite del sopportabile, specie se si opera con coscienza: «Non siamo in fabbrica, non maneggiamo oggetti inanimati, abbiamo a che fare con persone che hanno dietro una vita e la mettono nelle tue mani. Sono pazienti con malattie importanti, dunque ad ammalarsi è l’intera famiglia, è tutto un sistema che diventa fragile. Alla fine del turno siamo a pezzi, più nella mente che nel fisico, a casa ancora ripenso 'avrò fatto tutto nel miglior modo possibile?'. Non si tratta di mettere flebo o sondini, ma di fare vere e proprie trasfusioni di forza e speranza a persone che da te si aspettano moltissimo». In chirurgia oncologica i ricoverati sono 35 e a volte non c’è il tempo per mangiare. Sono pazienti non facili, hanno subìto operazioni pesanti e tagli addominali invasivi, hanno sonde e drenaggi, chiamano per chiedere sollievo dal dolore o girarsi nel letto: 35 pazienti fissi, contro 18 infermieri che invece ruotano su tre turni, la mattina dalle 7 alle 15, il pomeriggio dalle 15 fino alle 23, la notte dalle 23 fino alle 7 del giorno successivo. Si va a letto quando il cambio lo consente. Turni ferrei già decisi il mese prima, «ma tra noi siamo molto uniti e di fronte a un imprevisto ci sostituiamo. Probabilmente è il dover affrontare storie così dure che ci ha resi amici». Le camere sono a tre letti, solo una stanzetta in fondo al corridoio, l’ultima, è singola: «Lì curiamo il paziente in fase terminale quando non c’è la possibilità di farlo tornare a casa. È emblematica questa posizione…».

    Basta una giornata in ospedale con lei per toccare con mano ciò che ha chiarito subito: «Un lavoro così non lo fai per il 27 del mese». Lei lo ha sognato fin da bambina, poi si è laureata in Scienze infermieristiche. Ma nessuna scuola insegna l’empatia che ha appreso nelle notti e nei giorni dai pazienti stessi: «Mai far pesare una chiamata, nessun campanello è mai inutile, se mi avvicino qualcosa la chiedono sempre». E poi il bisogno di capire cosa succede, di sapere sempre cosa altri stanno facendo su di noi, «sono loro i protagonisti della vita che ti hanno affidato. A volte non ho voglia di sorridere, mi faccio violenza, ma loro pendono da quel sorriso. Anche il contatto fisico è fondamentale, toccare la mano del paziente mente gli si parla agisce come un farmaco, perciò anche se ho fretta rallento ». Loro sentono se in quella mano c’è partecipazione o solo mestiere.
     
    Dopo dieci anni tra i malati oncologici, Valentina ha imparato che «se è accudito con amore e riceve le giuste cure palliative, nessuno chiede di morire. Chi parla di eutanasia non ha passato un solo giorno con loro». Piuttosto, la missione dell’infermiere comprende l’accompagnare, la capacità di cogliere i segnali, di costruire pazientemente «quel rapporto di fiducia senza il quale non riesci a lavorare».
     
    Per fare tutto questo ci vorrebbe una squadra di infermieri, un rapporto uno a uno, invece i conti sono presto fatti: la mattina ogni infermiere ha in carico 12 pazienti, il pomeriggio 18, «la notte addirittura tutti e 35, perché chi è di turno è solo». Ed è la notte che le paure aumentano e gli anziani si disorientano. Mentre i giovani sono difficili sempre, «sono arrabbiati con la malattia»... Ma poi ci sono «i successi», e Valentina preferisce mostrarci quelli. Come l’uomo, pallido, che cammina in corridoio verso di noi tra due fisioterapisti, e sorride a tutti: «Operato a fegato e intestino, dopo un infarto è rimasto incosciente, sembrava perduto, invece da due mesi si è ripreso dal punto di vista neurologico e motorio e ora continua a salutare chiunque incontri: il fatto di poter ancora uscire dalla stanza e vedere la vita che c’è fuori, per lui è una gioia. La malattia cambia le persone, si progetta a breve termine e tutto diventa più intenso. Anche questo però non lo impari a scuola».
  • Wed, 19 Oct 2016 06:56:18 +0000: «Basta campioni testimonial dell'azzardo» - Avvenire RSS Feed - Cronaca

    «Parafrasando Adriano Celentano, mi verrebbe da chiedere: allora Giancarlo Abete è lento e Carlo Tavecchio è rock?». È la domanda provocatoria che pone Marcel Vulpis, direttore di Sporteconomy.it e responsabile per lo sport di Scelta Civica-Ala.

    Insomma Vulpis, tra Abete che disse «no alla Sisal come sponsor della Nazionale» e Tavecchio che firma per la Figc l’accordo con Intralot lei con chi sta?
    Sono due scelte che vanno rispettate, ma anche il frutto di due personalità e due sensibilità molto diverse. La matrice cattolica di Abete che è anche presidente dell’Ucid (Unione degli imprenditori cattolici) gli ha fatto prendere una decisione puramente valoriale che io condivido a pieno, però non mi sento neppure di condannare tout court quella pragmatica e manageriale presa da Tavecchio.

    Ma qui però si parla di scommesse e di un marchio che si è legato alla Nazionale di calcio...
    Che la Nazionale abbia il dovere di scegliersi degli sponsor eticamente più validi siamo d’accordo, però allora non dovremmo accettare il fatto che tutte le società di calcio italiane (come quelle europee) abbiano gli stadi e gli spogliatoi addobbati con i cartelloni pubblicitari che rimandano a Intralot e le sue sorelle. Ci sono club che addirittura hanno separato per tipologie di sponsor: così lo slot on line lo faccio con “X”, il casinò con “ Y”, i games e il betting con “Z”, e così via. Le società di calcio inglesi da tempo incentivano la formazione di community di scommettitori fornendo ai concessionari del betting il database dei loro tifosi, regalandogli in pratica dei potenziali clienti.

    Questo delle community è un fenomeno solo inglese o si rintraccia anche nelle nostre società calcistiche?
    Da noi non ci sono arrivati solo per via di un’organizzazione ancora carente da parte dei club di Serie A. Esiste, però una community di scommettitori, vedi “Gazzabet”, promossa dalla 'Gazzetta dello Sport'. È singolare che questo nuovo operatore di scommesse nasca da una casa editrice (Rcs), simbolo per eccellenza della cultura sportiva in Italia. Ma ci sono altre storture nella nostra società e nello sport in generale che andrebbero denunciate.

    Si riferisce agli scandali seriali del pallone italico? 
    No, mi riferisco al fatto che in passato sia sceso il silenzio quando il portiere della Nazionale Gigi Buffon era il testimonial del gioco del poker o che, da tesserato professionista avesse la possibilità di scommettere su eventi sportivi tipo il basket.

    Ma la norma federale recita che un calciatore professionista non può scommettere solo su partite di calcio.
    Finché sono in carriera i calciatori professionisti non dovrebbero proprio scommettere su nessun tipo di evento sportivo. Così come mi piacerebbe che la stessa indignazione che c’è stata da più parti, specie quelle politiche, ci fosse nei confronti di un’icona del calcio, e quindi di facile emulazione popolare, come Francesco Totti che addirittura mi “dà i numeri” del Lotto.

    Insomma, siamo diventati un popolo con pochi santi, meno poeti ma pieno zeppo di giocatori incalliti. Come se ne esce da questo “tunnel ludopatico”?
    Gestendo al meglio il progresso, e questo è compito della politica, senza farlo subire ai cittadini. Le agenzie di scommesse esistono e non si possono ignorare. Ciò che va chiesto a questi concessionari è di riportare il gioco al divertimento, quindi di accettare la puntata da 10 euro all’anno del signor Rossi, ma di bloccare sul nascere l’eventuale compulsività dello stesso signor Rossi qualora passa a scommettere 100 euro al giorno che porteranno alla rovina sicura lui e la sua sua famiglia.

    Ma tornare alla schedina ed evitare questo business in espansione delle agenzie è proprio impossibile?
    Il Totocalcio rimane un mito e non mi risulta che ci sia gente che si sia rovinata giocando le due o le quattro colonne settimanali. L’evoluzione di quel gioco come mero divertimento è stato il Fantacalcio. A mio avviso la chiusura delle agenzie di scommesse legalizzate avrebbe come effetto collaterale l’aumento delle attività da parte della criminalità organizzata che non aspetta altro di impossessarsi della vita e degli averi dei ludopatici.

  • Wed, 19 Oct 2016 06:35:57 +0000: Quell'eccellenza italiana con valenza umanitaria - Avvenire RSS Feed - Cronaca

    Un lavoro immane dal punto di vista legale ma anche e soprattutto sociale. L’Italia è la prima a farlo: cercare cioè di dare dignità a quelle centinaia di persone (si parla di circa 800) morte nel terribile naufragio dell’aprile 2015 e sostituire i numeri ddi quelle bare con nomi e cognomi, identificati con l’incrocio dei dati post e ante mortem. «Ridare un nome alle vittime del Mediterraneo è un servizio non solo alla dignità dei morti, ma anche ai vivi». È convinta Milena Santerini, deputata alla Camera del gruppo Democrazia Solidale-Centro Democratico.

    L’ambizioso e difficoltoso progetto di identificazione, promosso dal Ministero dell’Interno, della Difesa e dalle Università italiane sta per concludersi. Più di 500 le vittime identificate (ma sono solo 70 quelle che hanno un nome). Uomini, donne e bambini che avevano affrontato il lungo e pericoloso viaggio in mare pieni di speranza. Quella speranza che oggi si rivive negli occhi di chi, fra ricercatori, medici, vigili del fuoco e operatori della marina militare (in tutto diverse decine di persone) sono impegnati a dare un nome a tutti quei numeri. «Impressiona vedere il barcone del naufragio recuperato con una generosa azione del Governo – prosegue Santerini – In piccoli spazi sono morte più di 800 persone, tutti ragazzi. Ci fa ricordare quanti ancora muoiono di speranza, per trovare lavoro o studiare in Europa». C’è un modello a Melilli, secondo la deputata democratica, che deve essere salvaguardato.

    Un progetto scientifico e umano. «Il 'modello Melilli' di identificazione, coordinato dalla straordinaria dottoressa Cristina Cattaneo dell’Università di Milano e dal Prefetto Vittorio Piscitelli può essere valido in tutta Europa. Occorre rendere stabile il centro della Marina Militare di Melilli dove procedere all’identificazione post-mortem e creare una rete di dati ante-mortem per permettere il riconoscimento ». Sul tema Santerini ha anche annunciato la presentazione di una Risoluzione al Consiglio d’Europa. È importante infatti che l’Unione Europea, con i suoi 28 Stati membri, possa consolidare il progetto con una nuova rete di collaborazione per permettere l’incrocio dei dati delle vittime.

    Non solo infatti i Paesi d’origine dei migranti (soprattutto nordafricani e subsahariani) possono essere d’aituo per i dati ante-mortem delle persone morte nei naufragi, ma ci sono poi i paesi europei dove molti parenti e legami familiari delle vittime risiedono. «Abbiamo in mano un modello che funziona bene dal punto di vista scientifico e umano – conclude la deputata – si tratta di un vero e proprio processo che serve ai morti per dare dignità alle vittime ma è anche fondamentale per i parenti e poter in questo modo avere la chiarezza della morte e un luogo. È importante incoraggiare gli Stati a collaborare».

  • Wed, 19 Oct 2016 06:34:51 +0000: Abete: ora Tavecchio cancelli lo sponsor - Avvenire RSS Feed - Cronaca

    «Di fronte a questa situazione dello sponsor “inopportuno” della Nazionale, Intralot (l’agenzia di scommesse sportive), dati i miei trascorsi da presidente della Figc non mi sono ancora espresso... Ma visto che mi chiamate in causa, vorrei prima di tutto invitare tutte le parti interessate, Stato Federcalcio e Coni, a non mettere la testa sotto la sabbia e ad analizzare ogni singolo aspetto della vicenda formulando delle proposte, e se possibile dare delle risposte, per non trovarci in futuro con il classico problema del vuoto normativo». È il pensiero dell’ex n.1 della Figc dal 2007 al 2014 - e attuale vicepresidente Uefa, Giancarlo Abete.

    Ma, al “vuoto” normativo in fatto di sponsor “inopportuni”, quando lei era a capo della Federcalcio, alla vigilia degli Europei del 2012 rispose con un perentorio “no grazie” alla proposta della Sisal.
    Dire che io ho rinunciato allo sponsor e questa Figc invece ha trovato l’accordo con l’agenzia di scommesse non significa che la presidenza Abete fosse migliore, è semplicemente un fatto di opportunità. Il mio gruppo e la mia coscienza all’epoca fecero dire “no” alla Sisal senza esitazione, perché non era opportuno legare la Nazionale alle scommesse, anche se legalizzate.

    Una rinuncia che ebbe riflessi positivi sul piano etico, ma forse un po’ meno su quello economico.  
    Eticamente era l’unica cosa da fare. Il messaggio che le scommesse rimandassero alla Federazione non era assolutamente contemplato. Sul piano economico abbiamo rinunciato a molti più soldi di quelli previsti dal contratto di Intralot e la Figc. Con noi la Sisal sarebbe stato main sponsor e quindi parliamo di diversi milioni di euro che non entrarono nelle casse federali. Ma convenimmo che il beneficio sarebbe stato di gran lunga inferiore al rischio di andare incontro a problemi ulteriori, con relativi danni di immagine.

    Cosa intende per problemi ulteriori?
    Viviamo in una società in cui l’azzardo e la ludopatia in quanto piaghe sociali, sono dirette conseguenze di un eccesso di scommesse. Il calcio rappresenta il 90% degli introiti derivanti dal sistema delle scommesse sportive che alla fine portano vantaggi concreti solo allo Stato e ai concessionari, mentre per il calcio è comunque sempre un danno, in quanto viene visto come il soggetto cattivo e “illegittimo” pur muovendosi in un contesto legale. È per questo che dissi no alla Sisal.

    Ma visto che il calcio alla fine subisce un “danno”, quanto meno di immagine, perché non c’è un solo calciatore della Nazionale disposto a dire la sua in merito alla questione?
    Qui dobbiamo sciogliere il nodo dell’ipocrisia e lasciare fuori i singoli protagonisti in campo. Le scommesse sono gestite e controllate dallo Stato che in quanto imprenditore principale risponde degli eventuali benefici o delle azioni di controllo contro la criminalità che si può inserire in un fenomeno come quello dei “giochi”. La Federazione non è una società a scopo di lucro e la sua missione è quella di un soggetto associativo che cerca di reperire le risorse per portare avanti al meglio le sue attività. Ma in questo, ripeto, d’ora in poi la Figc dovrebbe essere supportata meglio da un intervento organico da parte del Governo e del Coni.

    Scusi, ma il Coni nel momento in cui la Figc stipula un contratto con Intralot non può intervenire a stralciare l’accordo?
     Assolutamente no. Il Coni in una situazione di questo tipo può intervenire in via del tutto informale per consigliare la Federcalcio in merito alle sue strategie, ma poi è la Figc che valuta e decide il da farsi, e lo fa in piena autonomia. Noi avevamo un advisor con il quale avevamo scelto per il no a questo tipo di sponsorizzazione, ora l’advisor è un altro e anche le decisioni sono andate nella direzione opposta.

    Questa è la “sentenza” di Abete?
    No ripeto, è semplicemente una valutazione di opportunità. Le mie considerazioni “politiche” le farò in altri ambiti e in altri momenti.

    Ci sta dicendo che potrebbe ricandidarsi alla presidenza della Figc?
    Avevo detto in tempi non sospetti che quello scaduto (nel 2014) era il mio ultimo mandato. Ora, visto che da ieri fino a marzo, siamo in piena campagna elettorale aspettiamo di vedere se ci saranno più candidati per la presidenza.

    Ma un presidente federale che sia un ex calciatore, come avviene in gran parte d’Europa, è un’utopia?
    Finora non l’abbiamo avuto anche perché l’Aic è un soggetto sindacale talmente forte e autonomo che tende ad allontanare un eventuale candidato che sia espressione dell’Assocalciatori. Ma non è escluso che in futuro un campione che non abbia svolto attività interna al sindacato possa diventare l’uomo giusto per guidare il calcio italiano.

  • Tue, 18 Oct 2016 18:11:29 +0000: Milano, cinesi contro cittadinanza a Dalai Lama - Avvenire RSS Feed - Cronaca
    ​Alla dirompente crescita della Cina anche nel nostro Paese (si pensi all’acquisto da parte del colosso Suning della società calcistica Internazionale Fc) sta seguendo un corrispondente peso politico e culturale. E in questa ottica vanno inquadrate le proteste della comunità cinese per la visita del XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso a Milano. Una tre giorni, a partire da giovedì mattina, durante la quale l’icona del pacifismo mondiale riceverà le chiavi della città come deciso da una delibera approvata dal precedente Consiglio comunale durante il mandato di Giuliano Pisapia che nel 2012 gli consegnò il "Sigillo" di Milano.

    In serata l’ambasciata della Cina ha emesso una dura nota contro la decisione dell’amministrazione di centrosinistra che attualmente governa Milano. Il Dalai Lama incontrerà anche l’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola.

    «Io il Dalai Lama lo incontrerò e non temo ripercussioni», ha detto ancora il sindaco Sala mentre il Consiglio comunale ha sottolineato come la consegna della cittadinanza onoraria non intende rappresentare un’ingerenza nelle questioni politiche della Cina.

    «Quella dell’attribuzione della cittadinanza onoraria al Dalai Lama è un’iniziativa che riteniamo sbagliata e che offende decine di migliaia di cittadini cino-milanesi, perché non tiene conto dell’effettiva realtà storica e attuale del rapporto tra la Cina e la regione del Tibet e presenta la figura del Dalai Lama non semplicemente come esponente religioso ma come capo di uno stato che in realtà non esiste», è stata invece la netta presa di posizione della comunità del gigante asiatico.

    La console di Milano Wang Dong nei giorni scorsi aveva incontrato il prefetto Alessandro Marangoni, esprimendo preoccupazione per l’iniziativa di Palazzo Marino.